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Quando si parla di glifosate, si pensa a Monsanto, ora assorbita da Bayer, e si considerano gli aspetti agronomici e ambientali dell'uso di questo diserbante chimico totale, punta di lancia del sistema dell'agricoltura industrializzata contemporanea.

Un interessante articolo di K.J. McElrath ha il pregio di mettere in luce tutti gli anelli della catena produttiva che fanno del glifosate uno dei prodotti in cui meglio si evidenzia la complessità dei problemi che il modello agro-industriale moderno suscita per il nostro futuro.

Nell'articolo, McElrath ci spiega che il glifosate è chimicamente sintetizzato utilizzando in modo particolare il fosforo, e che questo deve comunque essere estratto da miniere che, negli anni Cinquanta, Monsanto aveva aperto nel sudest dell'Idaho, ora esaurite, per cui oggi Bayer è alla disperata ricerca di altre fonti minerarie per alimentare il suo processo produttivo.

Per tale ragione, ha richiesto a maggio all'autorità competente di poter aprire una nuova miniera di fosforo vicino a Caldwell Canyon, una località dell'Idaho situata a circa 40 miglia a est di Pocatello. I timori degli abitanti locali sono legati al fatto che nella prescritta valutazione da parte del Bureau of Land Management (BLM) non si tenga conto di tutti i fattori di impatto ambientale che la nuova estrazione di fosforo avrebbe nell'area.

Qui esistono infatti già quattro miniere attive ed altre quattro sono in programma; molte aree sono già oggetto di intervento da parte del programma Usa Superfund per il recupero e la decontaminazione dei suoli; sono già interessati dalle attività estrattive del fosforo ben 17000 acri (oltre 6mila ettari) di terreno pubblico e di terreno assegnato alla Nazione Indiana degli Shoshone-Bannock. Bayer aggiungerebbe altri 1500 acri a questa vasta area di sfruttamento minerario.

«Oltre a disturbare il bioma sensibile della regione - scrive lo studioso, l'operazione di estrazione e lavorazione produce selenio, che ad alte concentrazioni può avere un effetto devastante sulla vita umana e animale. Il selenio ha contaminato le fonti d'acqua locali; negli ultimi anni, almeno 600 morti fra gli animali (principalmente bestiame) sono state attribuite alla tossicità del selenio.
Nonostante gli sforzi di decontaminazione, una verifica dell'EPA [Environment Protection Agency, agenzia statale Usa] ha accertato che la contaminazione da selenio si è diffusa e che la bonifica delle fonti idriche sotterranee «non sarà raggiunta in un futuro prevedibile». Inoltre, non ci sono regolamenti che impediscono l'uso del selenio negli attuali impianti di trattamento».

Si determina quindi una situazione in cui il profitto privato di un'azienda minaccia un patrimonio ambientale pubblico, con effetti che possono essere dannosi ad un livello e per un'arco di tempo non prevedibili, e che per di più colpiscono diritti collettivi, come quelli delle tribù Shoshone-Bannock, le cui riserve confinano con l'area, e le cui attività di caccia e raccolta - garantite dal Trattato di Fort Bridger del 1868 - sono già state compromesse dalle attività minerarie e dal pascolo locale di bestiame.

Ben poco dunque valgono le affermazioni di Bayer, consapevole del progressivo offuscamento della propria immagine di azienda lifescience.  Essa assicura che la sua nuova miniera sarà «la più avanzata dal punto di vista ambientale» fra quelle oggi esistenti e che intende «riportare olisticamente in piena funzionalità i principali sistemi ambientali che erano presenti prima dell'estrazione». Ma Non vi sono attualmente norme di legge negli Usa che impongano alcun ripristino ambientale da parte di chi ha provocato danni.

Restando quindi aperta la questione ambientale, abbiamo qui una prova evidente di come sia sempre più attuale la questione della tutela di risorse collettive insostituibili (acqua, aria, suolo) davanti alla ricerca di profitto di grandi aziende private.

Una questione, potremmo dire, di ecologia sociale, che non può attendere risposte ancora per molto.